lunedì 17 giugno 2013

prelazione


Il diritto di prelazione, nelle storie d'amore, in quelle storie che iniziano un pomeriggio mentre stai facendo altro, che ti capita tutto un po'così, come un sorriso da una finestra del Pilastro, come una biglia coi ciclisti dentro che rotola nella sabbia, non esiste.


domenica 2 giugno 2013

mercoledì 29 maggio 2013

ogni mattina della sua vita

mio nonno, è uno che ogni mattina della sua vita si sveglia che è ancora notte e accompagna il sole sorgere guardandolo negli occhi con la caffettiera che borbotta.
quando nel letto del piano di sotto io scalpito per i primi chicchirichì e morfeo ancora non mi ha colta con una botta feroce sul cranio, lui si muove mica tanto quatto e mica senza tanti rumori per la cucina in un tintinnio di posate.
poi prende due tazzine, di quelle di ceramica sottile, bianche, una zuccheriera e dosa. uno. e uno. e poi porta a letto una caffettiera in due.
ogni mattina della sua vita.



qualcosa farà cric


Tu piangi come piangono i bambini.

A bocca aperta?

No. Piangi in ritardo. Prima prendi una botta, diciamo sullo stinco, diciamo che sbatti uno stinco sullo spigolo del tavolino ikea. Poi senti il dolore, e ti mordi il labbro inferiore. Poi ti siedi, scuoti la gamba e ci metti il ghiaccio. Il giorno dopo se ci ripensi piangi.

Vuol dire che ho una buona resistenza al dolore.

No. Vuol dire che ti porti il dolore addosso. Prima resisti. E dopo finché non l'hai spremuto via non te ne liberi.

Vuol dire che soffrirò di più dopo che te ne sarai andato invece che nel momento esatto in cui te ne andrai.

Vuol dire che in ogni caso soffrirai ma poi guarirai.

Vuol dire che il giorno in cui te ne andrai ti saluterò dalla mia finestra con la mano aperta e ti guarderò svoltare l'angolo. E una volta che sarai sparito dalla mia vista qualcosa farà cric e ci vorrà tempo prima di rimettere tutto in ordine.

Come se qualcuno cambiasse all'improvviso i codici di catalogazione della biblioteca.

Non riconoscere più niente.

E poi abituarsi ai nuovi codici. Finché non cambiano di nuovo.

Sembra difficile. E spossante.

Non c'è niente di eroico a salutare qualcuno e poi piangere, e poi sopravvivere ai nuovi codici.

Soprattutto se sei tu quello che non cataloga.











mercoledì 22 maggio 2013

rumore

Sai che rumore fa una vita quando va in pezzi? Fa il rumore che fanno le campane del vetro, quelle verdi della differenziata, quelle che ci lanci dentro le bottiglie nei piccoli oblò di plastica, quelle che giri con due sacchi pieni di bottiglie e non le trovi mai, fa il rumore di una campana del vetro quando i netturbini la svuotano e tutte le bottiglie delle feste di fine estate e di cene stretti in otto nel tavolo della cucina, di serate in due con un litro di rosso del supermercato e la pasta al tonno, di dissertazioni politiche e di noia, volano via in pezzi e cadono in un momento sul fondo del camion che le porterà da un'altra parte. Le sotterrerà sotto la sabbia, sotto al monte di immondizia di San Lazzaro, in un canale che se le porterà fino ai lidi. Ecco che rumore fa. Fa fragore.






lunedì 6 maggio 2013

ma mi hai comunque tenuto la mano tutto il tempo

Sei sveglio?
Ora si.

A che pensi?
Che ho sognato troppo e ora mi fanno male gli occhi.

Posso sempre leccarteli per tirare via tutto e ricominciare da capo.
Mi lasci la scia come le lumache?

No, come gli aerei.
Facciamo il caffè?

Io faccio il caffè e tu rifai il letto.
Posso rifare il letto con te dentro e poi fare il caffè.

Mi tieni nel bozzolo?
Ti abbraccio come si abbraccia chi non si vede da tempo. 

Ma noi ci siamo visti tutta la notte.
Non ci siamo visti, avevamo gli occhi chiusi.

Si, ma mi hai comunque tenuto la mano tutto il tempo.
E' perché so che hai paura di fare dei brutti sogni.

Secondo te riusciremo mai a mettere i piedi fuori dalle coperte?
Apro le persiane così ci svegliamo.

Così vediamo il cielo.
Piove così tanto fuori 

Che se uno andasse in giro con una saponetta potrebbe approfittare di una doccia ininterrotta.
Sembra di stare ad Amsterdam ma senza le droghe.



domenica 28 aprile 2013

a pezzettini


tritata
julienne
a fiammifero
giardiniera
brunoise
macedonia
chiffonad
concasser
zeste
spicchi
filager
demidov
salpikon
mirepoix
matignon








buongiorno

Se hai dormito quattro ore, mettersi a fumare ancor prima di svitare riempire e avvitare la caffettiera, nella casa vuota e con le serrande abbassate, può nuocere all'intera indolenza della giornata, può farti dimenticare persino che fuori c'è il sole. 
Se invece ti sei lasciato cullare dal sonno dei giusti, allora evita di comprare quotidiani, di aprire siti di informazione on line, di -se ce l'hai- azionare la tele col digitale. 
Fuma una paglia. 
Abbassa le serrande. 
Aspetta la primavera comodamente sdraiato sul letto.

Beograd


nòstoi

Non ne abbiamo abbastanza di ritorni eterni, di nòstoi senza fine?
Non ne abbiamo abbastanza di lettere lunghe mesi che fanno fatica a partire sotto i tasti stanchi? Che si dileguano dopo poche righe e che diventano cibo per bocce di pesci rossi? Di copiaincolla isterici e sterili, in un susseguirsi sempre uguale di rosari, preghiere ed errori?
Ricordati la prima volta che hai aperto gli occhi e non eri solo nel letto, ricordati come è stato. E se non lo ricordi, ricordati il freddo della casa senza riscaldamento e senza porte. Ricordati del disegno sul legno e dell'odore di vernice acrilica, di sudore e di polvere. Ricordati dei piedi dentro le gambe.
Il percorso sempre uguale da casa a casa, lento all'inizio, mosso al centro, tentennante alla fine, lentissimo in ultima battuta. Identico nei giorni e nei modi. Scritto e già scritto.
Le occhiaie dell'alba e quelle della sera, sempre uguali, sempre scure come la sveglia alle sei.
La partenza, l'arrivo e di nuovo la partenza dentro un mare piccolo e ostile.

Se ci si spezza i cuori a vicenda, una sera, mentre fuori i gelati e le birre e le sigarette di primavera e le sbronze mai finite, le finestre accese ci guardano per non lasciarci soli.

lunedì 1 aprile 2013

che scrosta i muri

il vento che corre appresso alle nuvole che girano attorno alla terra che gira attorno al sole che ha smesso di farsi vivo.
il vento che scrosta i muri dice la verità.
l'abbiamo seppellita sotto strati di giustificazioni e paure, l'abbiamo martoriata e presa a calci in culo. l'abbiamo ingoiata insieme ai bocconi del pranzo e l'abbiamo mutata come più ci faceva comodo.
abbiamo trovato più scuse di quelle che l'occidente dovrebbe al resto del mondo.
abbiamo fatto finta di essere felici, abbiamo fatto finta che quello che stavamo vivendo fosse giusto.
ci siamo giustificati come si fa al liceo, prendendo il libretto e falsificando la firma.
ci siamo arrabbiati e poi abbiamo avuto paura quando qualcuno ci faceva notare che, si, non eravamo poi mica tanto veri.
ci siamo scannati per un pezzo di pane.
abbiamo continuato a dire con presunzione che lo facevamo per il bene comune, per noi stessi, per i figli dei figli dei figli degli anticoncezionali.
siamo stati presuntuosi, e arroganti, e ci siamo sentiti traditi quando ci siamo trovati soli a pulire il giorno dopo i residui della cena.
siamo stati presuntuosi, e arroganti, e abbiamo gridato sprezzanti quando il gioco di fili intessuti è crollato.
siamo stati testardi e abbiamo perseverato nella bugia, sperando di non essere scoperti, o, se scoperti, di essere il meno peggio e di essere perdonati,
perché noi siamo i giusti, noi siamo gli onesti, noi siamo quelli che fanno fatica.
noi abbiamo il diritto di stare dal lato illuminato della strada
noi abbiamo il dovere che ci venga dato tutto; attenzione, premura, soccorso, comprensione.
e poi abbiamo messo i fiori nel vaso, rimboccato le coperte e detto buonanotte e ci siamo girati dall'altra parte.
abbiamo detto buonanotte e abbiamo cercato di piangere, e poi ci siamo girati dall'altra parte. e poi basta.







lunedì 25 febbraio 2013

Ora, degli italiani piccolo-borghesi si sentono tranquilli davanti a ogni forma di scandalo, se questo scandalo ha e
dietro una qualsiasi forma di opinione pubblica o di potere; perché essi riconoscono subito, in tale scandalo, una possibilità di istituzionalizzazione, e, con questa possibilità, essi fraternizzano.
P.P.P.


sabato 9 febbraio 2013

anatomia di un sabato pomeriggio qualunque

Scrivere la tesi con i guanti perché si è rotto il riscaldamento, e in casa ci sono sei gradi, come fuori.
La finestra è socchiusa per permettere al fumo di sigaretta di uscire e all'aria di entrare, in un circuito virtuoso di ricambi molecolari.
Lei dorme sotto a quattro coperte, altro che principessa sul pisello. Dorme e sogna divani a buon mercato su cui stendere le ossa frantumate di stanchezza.
La spesa costa poco se la dividi in parti uguali e in giri di mercato, dove la verdura al ribasso fa l'occhiolino alle mani di terra a nero.
Le quattro e quarantacinque sono un buon orario per iniziare a vedere un film e scivolare dritti fino alla cena, e evitare di decidere chefare.
Il binario sei la deposita affaccendata e nostalgica in un centro storico di nuvole e di gente a spasso, la deposita coi fazzoletti nelle tasche e la presunzione di sapere bene dove si trova in mezzo alle pagine del quaderno di appunti.
Le cinque finestre aperte su firefox parlano di voli economici, partenze, immagini, conversazioni insolute, ritratti, mollezze, e nessuna ha il punto alla fine.



giovedì 24 gennaio 2013

risvegli per cui non ti senti all'altezza

amplificazioni notturne.
i sogni separati con una rotella dentata per tagliare i ravioli.
i sogni che sognano abiti che non verranno mai restituiti, e libri da ridare al mittente.
risvegli per cui non ti senti all'altezza.
occhi che guardano occhi che non puoi vedere fino al fondo della pupilla, perché non ti appartengono.
Schiacciare tutto in cestini per la spesa che perdano acqua.







mercoledì 23 gennaio 2013

chi semina al vento.



“Siamo stanchi di diventare giovani seri, o contenti per forza, o criminali, o nevrotici: vogliamo ridere, essere innocenti, aspettare qualcosa dalla vita, chiedere, ignorare. Non vogliamo essere subito già così senza sogni”. P.P.P.

Da un qualche angolo, in qualunque parte del mondo;
Pianeta Terra;
23 gennaio 2013.


giovedì 27 dicembre 2012

la pancia ha gli orecchi

il cuore ha gli occhi
il cuore ha gli occhi che gli occhi non vedono.

tu che mi aspetti con il cappotto grigio e le occhiaie del non sonno
che poi mi porti a tavola dove hai apparecchiato per due anche se non mangi, anche se è tardi, se fuori è buio e gli altri dormono

tu che siedi con la coperta sulle gambe e io ti abbraccio perché non so fare nient'altro che abbracciarti e tenerti la mano e farti il solletico ai piedi mentre ti tiro su le calze di lana

e poi tu che apri le mani sul fuoco e cuoci il pane da millenni sempre allo stesso modo, bestemmiando e mangiando la cenere

tu che metti in ordine le foto e mi chiedi aiuto perché non ricordi, che apri le ali e poi voli e l'altezza non ti fa paura, perché sei aria che gira in tondo e ha bisogno di fuggire

e tu che dormi dentro un guscio di noce e hai i capelli rossi che sbucano dal legno, e scrivi piano senza far rumore, tocchi con le mani le maniglie dei portoni e li spalanchi sempre senza che nessuno se ne accorga.

tu che ti addormenti con la testa vicino alle ginocchia mie, e parli mentre sogni, e sai che
la pancia ha gli orecchi
la pancia ha gli orecchi che gli orecchi non sentono.



mercoledì 26 dicembre 2012

un inizio


E’ iniziata così, perché a me scappano dette le cose.
Ad esempio tre settimane fa ero sul treno che va da Bologna a San Benedetto del Tronto. Prendo il regionale, faccio il cambio ad Ancona, perché costa meno e così ho quattro ore e passa di dinamiche umane che si accalcano sui predellini.
C'è un tizio seduto di fronte a me con gli occhi di lucertola. E' grasso, indossa una camicia di flanella a scacchi verdi su fondo rosso, un paio di jeans a cui sua madre o la sua fidanzata ha fatto l'orlo perché lui è veramente grasso ma i pantaloni per i grassi sono anche lunghi.
E insomma questo tizio qua con occhi di lucertola guarda i sederi di tutte le ragazze presenti, e se vede che qualcuna si sta per alzare per andare in bagno la fissa e aspetta che barcolli sul corridoio. Squadra le tasche, il solco dei pantaloni, le chiappe, le cuciture dei jeans.
Allora a un certo punto lo guardo, lui è seduto di fronte a me, e dico "La smette per favore?"
A me succede spesso che mi scappano dette le cose.
A volte a scuola, quando sto lavorando, faccio i laboratori di manualità, li chiamano così, e in realtà non facciamo altro che attaccare pezzi di carta colorata su anime di rotoli di carta igienica, insomma mentre sto lavorando mi scappa detta la parola Merda e allora con gesto fulmineo mi tappo la bocca con entrambe le mani e sgrano gli occhi e la merda sembra ancora più grossa. Una merda grossa e fumante nell’auletta di manualità.
Una volta con uno eravamo nella sua stanza, che era una delle cose più belle che possedeva, la sua stanza, la sua renault 4 e la sua città, e mi scappa detto che lo amo. Ho scatenato un inferno che mai mi sarei immaginata perché non è che stessimo proprio assieme io e quello lì, ci si vedeva, e tra l'altro io non so nemmeno se lo amavo per bene, è che a me scappano dette le cose.
Ed è iniziata così.
Mi è scappata detta una cosa e poi siamo partiti io e il ragazzo della renault 4 e del ti amo.
E’ andata che dopo avergli detto quella cosa catastrofica, siamo andati in Messico.
Infatti succede che mi laureo, col bacio accademico, i fiori e i nonni che piangono, prendo i risparmi nelle buste bianche con gli auguri e le firme della famiglia e compro il biglietto più economico, senza assicurazione e con due scali. Me ne pento più tardi, quando con l’oceano sotto, il cuore a tremila mi dà della stupida, idiota, incosciente per non aver aggiunto quei cento euro in più, che se precipitiamo adesso chi glielo dice a mamma che non c’è l’assicurazione sul biglietto, che non ho diritto manco al salvagente, che se mi perdono lo zaino sono senza spazzolino e senza comfort europei?
Parto Il 2 aprile e a Bologna fa ancora freddo, ho la felpa col cappuccio, mi sono tagliata i capelli e mi devo abituare agli spifferi sul collo. Ho riempito lo zaino di cose invernali, a mezz'ora dalla partenza della navetta BLQ  per l’aeroporto lo svuoto per metà e ci metto quelle estive, non ho le idee chiare sul clima che incontrerò.
E insomma parto, con lo zaino mezzo pieno di cose invernali, i capelli corti, Città del Messico da incontrare e una guida comprata alla Feltrinelli piena di dettagli sui pericoli.
Dopo qualche settimana scopro che anche in Messico fa freddo e si battono i denti. Scopro che non mi posso lavare i capelli perché nello zaino il phon non ci stava, l’acqua è gelida e non me li posso asciugare, credo diventerebbero ghiaccioli sottilissimi se li lasciassi all'aria dell’altopiano. Scopro che i capelli a caschetto mi stanno male, ma sono comodi. Sono sempre sporchi.
Penso che questo viaggio mi capita perché a me scappano dette le cose. 

martedì 25 dicembre 2012

martedì 18 dicembre 2012

un matrimonio così

Ecco, io se proprio dovessi sposarmi, opzione tra l'altro assai remota in questo momento, un matrimonio in questo momento in cui scrivo lo vorrei così.
Vorrei che fosse caldo, quel caldo secco di agosto in campagna con le cicale che friniscono e non smettono mai, la tavola nel campo, le ombre tagliate di netto dal sole. Ecco io vorrei che ci fosse della musica, e del vino, e una torta a piani e ci fossero i litigi dei ritrovi familiari.Vorrei che tutti si togliessero le scarpe sotto ai tavoli e i bambini nascosti tra le tovaglie le sparpagliassero, vorrei che cucinasse tutto mia nonna, che ci si asciugasse il sudore con fazzoletti di stoffa inamidati e vorrei che i vestiti di tutti odorassero di naftalina. Vorrei che ci fosse lo scirocco e che soffiasse sulla terra arsa, sull'erba, sugli alberi e sui tavoli e che poi alla fine si portasse via tutto, stoviglie, tovaglie, invitati e sposi.

Le cose che bisogna e che voglio pur fare prima di morire


Controllare il cibo che metto a scaldare sul fuoco, invece di lasciarlo lì a crepare da solo e a bruciarsi.
Imparare a fare le torte per bene, a lasciarle lievitare il tempo giusto senza che esplodano nel forno.
Acchiappare tutti i segreti culinari di mia nonna, soprattutto sul disossare gli animali.
Fare la turista a Bologna, andare a vedere gli affreschi di Parmiggiani in Via Nazario Sauro.
Far crescere le piante sul balcone, questa è una cosa che potrei fare adesso.
Sistemare la mia stanza che dopo il trasloco con la scusa della precarietà è rimasta in stato instabile e disordinato. Togliere per esempio i poster rovinati, metterci delle bacchette ai bordi, riordinare la libreria senza ammonticchiare le cose l’una sullaltra, mettere al riparo dal caos gli orecchini e le macchine fotografiche.
Queste sono cose che se mi impegnassi potrei fare da subito, da ora.
Poi ci sono cose a lunga scadenza, che richiedono un po’ d’impegno e organizzazione come
Stare  per almeno un mese su una nave senza scendere.
Fare bunjee jumping, buttarmi col paracadute, buttarmi con il deltaplano e tenere gli occhi aperti.
Imparare il russo, il portoghese,  il tedesco e il giapponese.
Vivere per un po’ a Berlino, a Kreuzberg o Friedricscheine.
Scrivere un romanzo.
Scrivere un romanzo a puntate sotto pseudonimo.
Scrivere una cosa che so di voler portare a termine.
Tornare in America Latina, magari a viverci. Andare in Ecuador a vedere le tartarughe, in Patagonia a farmi spostare dal vento.
Fare dei figli, in numero dispari, quindi va bene anche uno.
Andare a vivere per un certo periodo, abbastanza lungo, in un posto di mare, per esempio Genova o Trieste.
Tornare a Palermo senza stare male per lo scirocco.
Riordinare le foto della mia famiglia, in ordine cronologico e coi nomi scritti dietro a penna per non dimenticare chi sono quelle genti.
Riordinare le diapositive di mio padre e poi proiettarle tutte, in una maratona di giorni, sul soffitto mentre stiamo stesi sul letto.
Andare a cavallo, con costanza.
Rifare un viaggio in bicicletta, con una graziella, una mappa e cinque amiche.
Rasarmi a zero o tingermi di biondo, fare un po’ la sciocca con i capelli.
Percorrere tutta la Muraglia Cinese a piedi.
Fare parte di una foto di Spencer Tunick.
Bere un caffè con Dario Fo senza parlare di teatro.
Bere un caffè con Emma Dante parlando solo di teatro.
Imparare a fare le bolle con le big babol.
Imparare a fischiare come i pastori, con le dita sulle labbra.
Salire sull'albero più vecchio del mondo, che è una Sequoia della California.
Avere un giardino dove i cani che hanno voglia di restare si possano fermare.
Fare un’immersione con le bombole e tutto l’armamentario.
Vedere le balene da vicino.
Percorrere il Rio delle Amazzoni.
Poi ci sono cose che implicano ci sia una forte dose di coraggio o volontà. Come
Avere ben saldo il timone nel direzionare le mie scelte, evitare di prendere delle decisioni a caso.
Prendere il coraggio per andare se c’è da andare e la testardaggine per restare se c’è da restare.
E poi vorrei anche
Rinunciare per un certo periodo, facciamo due settimane, al telefono e al computer e vedere se resisto, se mi viene voglia ancora di suonare i campanelli.

mercoledì 5 dicembre 2012

tutto di tutto e molto condito

per fare il pollo alle prugne serve poco.
stasera ho del tempo, ho spento il computer, ho tagliato il pollo, l'ho infarinato, infilato le spezie e poi messo a cuocere con olio e poi brodo. e alla fine le prugne.
io non so perchè, ma le ricette coi mischioni mi riescono sempre. sarà che a casa mia si cresce mangiando tonnellate di fricandò* col pane.
per scaldare una stanza serve poco.
stasera ho un amico che mi viene a trovare, mangia il mio pollo, raschiamo la pentola perché ci sembra sia davvero buono. facciamo la scarpetta col pane. parliamo col vino di ascoli, e le parole non si smarriscono mai, hanno percorsi contorti che ci portano a ricordare ed annusare. poi guardiamo un film stesi sulle coperte e con le orecchie tese e quando finisce siamo un pò tristi perchè vuol dire che si deve andare a dormire.
per non andare a dormire serve poco.
nel mio caso pochissimo visto che sono insonne spesso e volentieri.
allora andiamo in cucina, nella teiera giapponese mettiamo a scaldare malva e melissa, e poi le parole se le porta via la finestra aperta sul freddo.


* il fricandò è un piatto dell'infanzia sudmarchigiana, dell'età adulta sudmarchigiana, della vecchiaia sudmarchigiana. consiste in un piatto di zucchine melanzane peperoni pomodori patate. Ogni verdura va cotta a parte e poi si mischiano assieme con litrate di olio e pezzi di carne.
si dice si chiami così per fregare antonio, probabilmente nome di qualche marito affamato, perchè il piatto è povero ma ricco.
anni fa volevo creare uno spazio di mischioni di arti varie ed eventuali e chiamarlo, appunto, fricandò.

martedì 27 novembre 2012

DIPLOMATICI


Maria Vittoria ha sedici anni nel novantanove, ha i capelli ricci, le braghe larghe sul sedere, una crisi ormonale in piena esplosione e da qualche mese ha il suo primo fidanzatino, un ragazzetto smunto ed alto con la vespa bianca e la sciarpetta dell’Ancona Calcio. Un evento di una portata incommensurabile questo, la scoperta di mani dentro mani ed occhi dentro occhi, la scoperta delle case di pomeriggio senza fare i compiti, il fulcro delle giornate, il centro motore di ogni tipo di pensiero.
Maria Vittoria abita a Fano, che è un posto che sta a nord di Ancona,  e a Fano c’è una pasticceria che ha i dolci più buoni di tutta la città. O per lo meno così si dice, probabilmente qualcuno ha assaggiato tutti i pasticcini di tutte le pasticcerie di Fano e poi ne ha fatto una stima, una media matematica di amarene e pan di spagna. In somma a Fano c’è questa pasticceria buonissima.
E a Maria Vittoria, coi suoi sedici anni, i jeans larghi sul sedere e la crisi ormonale viene commissionato un vassoio di diplomatici per il pranzo della domenica.
In pasticceria, con sua sorella minore al seguito, ha diecimilalire da investire. La pasticcera si sporge sul bancone.
-Prego?-
-Un vassoio da diecimila di profilattici per favore.-
-Come?-
-Un vassoio di profilattici per favore.-
-Scusa, che hai detto?-
-Un vassoio di profilattici...Diplomatici, diplomatici, i diplomatici, quelli che si mangiano.-
Maria Vittoria in quel momento avrebbe voluto che una botola le si aprisse sotto ai piedi e la inghiottisse; nella sua  testa suonavano solo alcune parole a caratteri cubitali, i caratteri le scossavano il cervello, se li vedeva rimbalzare davanti agli occhi come quelli dei manifesti di Rodchenko che aveva sopra al letto, erano rossi e neri e bianchi e titolavano con: che figura di merda che figura di merda che figura di merda.
Sennonché paga, e fugge via.
Alessandra, che ha sei anni, va in prima elementare, ha le lentiggini e crede che sua sorella Maria Vittoria sia un semidio da osannare e distruggere , chiede incuriosita cosa siano questi profilattici, che dolcetti siano, se siano al cioccolato o alla marmellata, che a sei anni fa una differenza fondamentale.
-Sono dei palloncini.- E Vittoria non aggiunge altro.
Il giorno dopo è un lunedì. Squilla il telefono a casa. Le maestre di Alessandra vogliono conferire con suo padre perché la bambina alla domanda: cosa vorresti per il tuo compleanno? Ha risposto: dei profilattici.

sabato 3 novembre 2012

par condicio

Ci sono delle donne belle e intelligenti e che sanno bene di essere belle e intelligenti, che leggono della letteratura, che vanno agli incontri con gli scrittori, che indossano le borse di stoffa e le scarpe vintage, ci sono queste donne che dicono davanti agli uomini di essere brutte e umili per farsi fare dei complimenti e poi fanno di tutto per farsi notare di nascosto, gli mandano sms un pochino compromettenti, curano nei dettagli la loro identità virtuale, dicono spesso la parola Io; ecco io queste donne qui non le capisco, mi sembra che tutta la letteratura che leggono e tutti gli incontri a cui vanno gli servano solo per fare colpo sugli uomini e allontanare le donne e questo le rende proprio poco intelligenti, ma pur sempre belle.

(giro di parole per meglio chiarire il concetto di gatta morta)


Ci sono degli uomini belli e intelligenti e che sanno di essere belli e intelligenti, che leggono il manifesto, che vanno a correre al parco, che sviluppano e stampano solo in camera oscura, ci sono questi uomini che sono certi che le donne penzoleranno dalle loro labbra e quindi non fanno nulla, aspettano e basta e fanno i silenziosi, non si sbilanciano mai; ecco io questi uomini qui non li capisco, a trent'anni gli viene la crisi e da gigolò attivi politicamente diventano mammoni attivi politicamente, sarà che a trent'anni la genetica dice di costruire il nido, fatto sta che mollano la vita di prima e gli amori dei ventanni per la prima donna che passa e che dia loro sicurezza. Ecco, io gli auguro a questi uomini qui di incontrare una delle donne descritte prima.

(giro di parole per meglio chiarire il concetto di maschio senza palle)


venerdì 2 novembre 2012

di treni e di cose

Quando il treno che va da bologna a san benedetto del tronto dopo essersi fermato alla stazione di pesaro vira e alla tua sinistra appare il mare, l'acqua è così vicina che la puoi toccare, hai varcato il confine romagna marche e sei vicino a casa, accanto all'acqua, i polmoni si aprono e gli occhi anche. E sparisce la nebbia.
Oggi nel mare ci sono delle onde che più che onde sono lanci d'acqua verde contro gli scogli. Vorrei che distruggesse tutto, che si portasse via il cemento i pensieri le persone che si aggrappano come àncore alle vite degli altri.
C'è un tizio sul treno con occhi di lucertola. E' grasso, indossa una infelice camicia di flanella a scacchi verdi su fondo rosso, un paio di jeans a buon mercato a cui sua madre o la sua fidanzata, non è sposato perchè non ha la fede, ha fatto l'orlo perchè lui è troppo grasso ma i pantaloni per i grassi sono anche lunghi.
E insomma questo tizio qua con occhi di lucertola guarda i culi di tutte le ragazze presenti, e se qualcuna si sta per alzare la fissa e aspetta che vada verso il bagno. 
Allora a un certo punto lo guardo, lui è seduto di fronte a me, e dico "La smette per favore?"
A me succede spesso che mi scappano dette le cose.
A volte a scuola, quando sto lavorando, mi scappa detta la parola merda e allora mi tappo la bocca con entrambe le mani e la merda sembra ancora più grossa.
Una volta con uno eravamo nella sua stanza, che era una delle cose più belle che possedeva, la sua stanza, la sua renault 4 e la sua città, e mi scappa detto che lo amo. Ho scatenato un inferno che mai mi sarei immaginata perchè non è che stessimo proprio assieme io e quello lì, ci si vedeva, e tra l'altro io non so nemmeno se lo amavo, è che a me scappano dette le cose.

video

martedì 30 ottobre 2012

quello che vedo dalla finestra


Succede che a Bologna io il cielo dalla finestra non lo vedo quasi mai, che c’è un cielo lontano e bianco a volte che pare un foglio A4 sopra la testa.  Mi pare un foglio A4 bucato che trasuda pioggia. E per vederlo mi devo sporgere con tutto il corpo fuori dal vetro, e schivare i piccioni e torcere il collo e guardare in alto, perché la cosa che vuoi vedere dalla finestra è il cielo con le nuvole che corrono, o un albero sempreverde semmai, o al massimo un cortile col brecciolino e i giochi dei bambini. Mica vuoi vedere il palazzo di fronte con tutte le storie che ci si intrecciano dentro. Il palazzo di fronte è rosso, come la metà dei palazzi tutti uguali del centro di Bologna. All’università un professore di architettura con delle scarpe molto a punta e delle giacche bianche strette come mute da sub ci disse che quello stile si chiama barocchetto, ed è demodè e provinciale. A me non sembra né demodè né provinciale, a me sembra solo rosso e basta. Ma non un rosso uniforme da città norvegese, nè tantomeno un rosso variopinto a coprire le lamiere sudamericane. Mi pare un rosso vecchio e nostalgico virante all’arancio, che cambia da palazzo a palazzo in così tante cromie che i Pantone gli fanno un baffo a queste sfumature qua.
La casa di fronte alla mia è rossa, rosso chiaro, quasi arancio se il cielo non è bianco. E succede che il rosso non è uniforme, ma cambia soprattutto nella sua consistenza architettonico-sociale; nuovo dove ci sono avvocati e medici e notai, e scrostato dove ci sono avvocati e medici e notai che affittano a figli di avvocati e medici e notai migrati all’università. A sinistra quello scrostato, poi una linea impercettibile, e di seguito il rosso nuovo di restauri.
Succede che questo rosso un po’ arancione un po’ demodè un po’ barocco lo hanno abbinato a delle persiane color  azzurro carta da zucchero che al salire dei piani migliorano le loro qualità di persiane del centro di Bologna. Le finestre del primo per esempio sono sigillate, tappate, che non ci esce nemmeno l’odore della minestra da quelle persiane lì, sono mangiate, con la vernice scrostata e con le crepe sulle assicelle. Quelle del secondo sono scolorite di pioggia, socchiuse. Quelle del terzo cromate e coi fermi in ottone. Quelle del quarto non le vedo perché io sono troppo in basso. Posso vedere  solo che sono tutte aperte, per prendersi la luce, mentre al primo piano ci hanno rinunciato alla luce del sole alto alto oltre il foglio A4; e la sera vedi tante lampadine a basso consumo, quelle dell’ikea. Fanno una luce gialla quelle lampadine lì, e la sera chi ce l’ha si nota.
Succede che il muro portante rosso un po’ arancione è a meno di quattro metri da me. Succede che mentre torco il collo per guardare in alto lui è proprio di fronte a me, e gira per la stanza in mutande e maglietta, con la pancia che sporge e i capelli un po’ legati, e fuma di continuo, e il posacenere ce l’ha sul davanzale, come me. Secondo me l’ha costretto la sua morosa a metterlo lì, che anche io costrinsi il mio ex moroso a fumare fuori, e lui lo faceva per davvero, anche se fuori c’era la neve. Fuma per la stanza ed è nervoso , si vede perché cammina avanti e indietro come cammina chi ha bisogno di andarsene via ma non può. E allora si mette a gridare che lui lavora come una bestia e ogni mattina si alza che è stanco come se non dormisse mai e la città gli pare una via crucis e lei è una stronza perché non lo ama, perché è stressata , perché è una nevrotica e un’acida. Lei non la vedo, ma sento che risponde, e gli risponde come ogni volta che litigano e gli dice che lui campa alle sue spalle, che è un bambino, che è un rompicoglioni. Delle cose che all’amor cortese gli piacciono un sacco gli dice.
E allora lui la manda affanculo con tantissime effe, e lei non parla più.
Io vedo che mi vede, e faccio finta di cincischiare con la sigaretta nel mio posacenere sul davanzale. E mi ricordo di una mattina che quei due litigavano alle sette ed era domenica, e allora una ragazza si è affacciata alla finestra e ha gli ha detto di smetterla, che era domenica e noi volevamo dormire e allora mi sono affacciata anche io e c’era la gente in pigiama alle finestre e ridevamo tutti complici e solidali contro la sveglia.
E succede che probabilmente anche loro mi vedono quando discuto col moroso, o quando mi metto il pigiama, o quando fumo e penso e mi affaccio con tutto il corpo e guardo verso l’alto per vedere che tempo fa e se c’è il sole che mi pare una palla lontanissima nascosta dalla cappa, dall’A4 bianco e dai tetti.
Chè io a tutta la gente che ama i tetti di Bologna gli vorrei dire di vederli da qua sotto i tetti.
E succede che ci sono due ragazzi delle medie che si baciano contro la serranda del retro della pasticceria, e li lascio al loro amore di scritte sugli astucci e palpate nei vicoli dove non ci si vede più niente, e di salive contro orecchie che speriamo che mi sono lavato bene, che speriamo che non si accorge che mi tremano le gambe, che speriamo che si fermi tutto il tempo adesso.
E succede che quando entro nella mia stanza non vedo più la finestra di fronte ma solo il muro rosso un po’ arancione e mi sembra di stare in un altro posto senza persone e senza suoni, chè a perderle le coordinate non ci vuole poi molto.
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sabato 27 ottobre 2012

metafore culinarie

Ci sono padelle col manico così lungo che se le metti sul fornello si sbilanciano. Trovano una stabilità solo se ci versi qualcosa dentro. In questo caso, hic et nunc, un uovo.
E a me queste padelle mi fanno pensare a quelle persone che per stare bene e in equilibrio hanno costantemente bisogno di esser riempite di persone e presenze altre. Poi quando il contenuto se ne va, cadono.

venerdì 26 ottobre 2012

A domanda risponde

Bambina:-Maestro, la dada (io) mi ha detto che la guerra è una cosa brutta e che ce ne sono tante nel mondo-
Maestro:-La dada dice cose che non sono vere, e poi le guerre mica sono qui, sono lontane-

dopo nemmeno mezz'ora

Altra bambina: - Maestro, ma è vero che domenica nevica?-
Stesso maestro: - Ma mica dove siamo noi, cade a 500 metri di altezza-

Eccerto, mica dove siamo noi. Cinquecento metri più in là.

domenica 21 ottobre 2012

IF.



Se saprai conservare la testa, quando intorno a te
tutti perderanno la loro e te ne faranno una colpa;
se crederai in te stesso quando tutti dubiteranno,
ma saprai capire il loro dubbio;
se saprai aspettare senza stancarti nell’attesa,
ed essere calunniato senza calunniare;
o essere odiato senza dare tu sfogo all’odio,
e non apparir troppo bello, né dire cose troppo sagge;

se saprai sognare senza fare del sogno il tuo padrone;
se saprai pensare senza fare del pensiero il tuo fine;
se saprai incontrare il trionfo e il disastro

e trattare questi due impostori nello stesso modo;
se saprai sopportare di sentire le tue parole giuste
falsate da furfanti per ingannare gli sciocchi;
o vedere le cose per cui hai dato la vita spezzate,
e curvarti e ricostruirle con logori utensili;

se saprai fare un mucchio di tutte le tue vincite
e rischiarle in un giro di testa e croce;
e perdere e ricominciare da capo
senza fiatare sulle tue perdite;
se saprai forzare il tuo cuore, i nervi e i tendini 
per assecondare il tuo volere, anche quando essi sono consumati;
e così resistere, quando non c’è più niente in te,
tranne che la volontà che dice loro: “tenete duro!”;

se saprai parlare alle folle e mantenerti virtuoso,
passeggiare con i re e non perdere la semplicità;
se né i nemici, né gli amici potranno offenderti,
se tutti conteranno, ma nessuno troppo;
se saprai riempire il minuto inesorabile,
dando valore ad ognuno di quei sessanta secondi;
tuo sarà il mondo e tutto ciò che esso contiene,
e, ciò che più conta, tu sarai un Uomo, figlio mio.

sabato 13 ottobre 2012

mancanze

Ci sono delle mancanze che ti iniziano a mancare anche se sono ancora presenti. Io questa cosa non me la spiego. Ci sono mancanze che sai ti si apriranno a breve come buchi nel puzzle e già stai male all'idea. Sofferenza preventiva la chiama qualcuno. Poi succede che ci sono mancanze che realizzi dopo anni di trastullamenti e perdite di interesse, e le rimpiangi oppure le idealizzi, o forse fai entrambe le cose.
Te lo ricordi quando hai scoperto che potevi tenere gli occhi aperti sott'acqua?
Te lo ricordi quando hai scoperto di poterti tuffare da una cascata senza farti male?
Te lo ricordi tutto quel rosmarino dentro le maglie, le mani, le narici?
Ci sono mancanze che non te ne accorgi, che puoi ignorare e andare bene avanti dentro e fuori dai binari. Poi arriva il primo gennaio ad ottobre e devi per forza farci i conti con quelle mancanze lì, chè l'anno per molti inizia in autunno, come le scuole e i contratti precari.
Poi ci sono mancanze future che ignori perchè non è ancora il momento, e un giorno a lui trema la mano e sai che arriveranno presto e allora piangi disperato per non avere lacrime dopo.


venerdì 12 ottobre 2012

Yo vi siempre el mundo de una manera distinta, sentí siempre, que entre dos cosas que parecen 

perfectamente delimitadas y separadas, hay intersticios por los cuales, para mí al menos, pasaba, 

se colaba, un elemento, que no podía explicarse con leyes, que no podía explicarse con lógica, 

que no podía explicarse con la inteligencia razonante.

Julio Cortázar .

martedì 9 ottobre 2012

descriviti in 5 righe

mi chiamo marianna rocco, ho ventotto anni, sono nata a san benedetto del tronto ma vivo a bologna e mi manca il mare. sono volubile, medito spesso di tagliarmi i capelli ma alla fine non lo faccio mai. ho finito l'università in fretta perchè non ne avevo più voglia. Ho problemi con l'immobilità e questo che scrivo l'ho pensato mentre pedalavo.

ieri sono stata a un corso di scrittura emiliana con paolo nori, che ha scritto il libro che leggo più spesso quando mi va di sorridere e poi di guardare fuori dalla finestra.
allora ero a questo corso di scrittura, e lui ci aveva chiesto di descriverci in 5 righe.
Io ho riempito due pagine di quadernino.
Poi ho scelto le cinque righe che ero più io.



martedì 2 ottobre 2012

migrazioni

C'è chi crede in reincarnazioni e vite.
Io non lo so se ci credo, piuttosto penso che siano una sovracostruzione umana al normale processo di nascita e morte e trasformazione; ma a volte penso che se ci credessi sarei certa di essere stata in passato un uccello migratore con la nostalgia di casa, che all'arrivo del freddo se ne va verso posti caldi pregustando il sole sulle piume ma che ha ben presente nel piccolo cervello da uccello il posto da cui parte sentendone immancabilmente la mancanza.
Ecco perchè il freddo mi rende nervosa.

Mi saprebbe dire per caso dove vanno le anitre quando il lago gela? Lo sa, per caso?
Il giovane Holden, J.D.Salinger


venerdì 28 settembre 2012

piccolezze di oggi

Piccolezze di oggi:

Ero sul ponte san donato, quello che faccio almeno due volte al giorno -i polpacci ringraziano- per andare a scuola. Ero su questo ponte, pensando a quanto fosse storto questo venerdì, a quanto avessi voglia di sfrecciare in mezzo ai campi come si faceva durante il bigatour, a quanto le comunicazioni tra gli esseri umani siano a volte inutili, pesanti, labirintiche. Al poco ascolto. A quanto sia difficile mantenere l'equilibrio. A quanto avessi voglia di un cucchiaino per mangiare il gelato, a quanto avessi voglia di essere raccolta con un cucchiaino.
Poi lui mi ha sorpassata a destra.
E lui correva spingendo sui pedali di una vecchia atala tenendo in mano un mazzo di fiori giallissimi. Aveva l'affanno e sessantanni.
E alla fine del ponte c'era lei con una cassetta di plastica fuxia al posto del cestino che ha preso i fiori e l'ha baciato. 
E allora ho pensato che il fuxia e il giallo sono proprio belli assieme. Che anche io voglio saper sorpassare a destra e che domani riaggancio il cestino alla bici, chè non si sa mai.


"Il mondo fa paura, ma in esso nuotano, come in un immenso acquario, betulle, volpi, torrenti di fiori, strade di campagna e case di legno e ancora i concerti di Brahms e i valzer di Chopin."
— Jaroslaw Iwaszkiewicz


le cose belle #2


Le cose belle.



Manolas Y Manolos | Inside Out Project | Madrid www.insideoutproject.net 

Una acción del fotógrafo Antonio Arcaro y la asociación cultural "la mitocondria" para Inside Out Project.


Un progetto del fotografo Antonio Arcaro e l'associazione culturale La mitocondria per Inside Out Project.


"Manolas y Manolos", así se ha denominado tradicionalmente a las mujeres y hombres de la zona del Rastro de Madrid, y parece ser que así llamaban los judíos conversos de Lavapiés a sus primogénitos para pasar inadvertidos ante chequeos de origen. Hoy sin disimulo ni afán, las centenares de caras que te puedes encontrar en el Cascorro son las de Alexander, King, Chus, Saadia, Carmen, Kabir, Jerónimo, Raquel, Paul, Brígida … Las Manolas y los Manolos del 2012 del Madrid castizo tienen nacionalidades y trayectorias muy diversas y como vecin@s de esta comunidad, queríamos rendirles tributo.

De ahí que la asociación cultural "la mitocondria" en colaboración con el fotógrafo italiano Antonio Arcaro y la colaboración del vecindario y la comunidad de nuestro edificio, hayamos decidido sumarnos a un proyecto internacional como INSIDE OUT PROJECT (IOP).
IOP es una iniciativa del fotógrafo JR, ganador del TED PRIZE 2011, un proyecto artístico internacional, a través del cual cualquier persona puede participar, compartir y hacer evidente que el mundo puede cambiar.


Y en este sentido, "Manolas y Manolos" también quiere sacar a la calle al individuo que dentro de una comunidad tiene su voz y voto, reivindicar que cada uno de nosotros somos sujetos históricos activos con poder de decisión y capaces de cambiar cosas desde nuestra realidad cotidiana. Esta vez, será desde el Rastro de Madrid y empapelando con más de 70 retratos uno de los edificios que domina la plaza de Cascorro. ¿Preparados? 


"Manolas y Manolos", così si chiamano tradizionalmente le donne e gli uomini della zona del Rastro di Madrid, e sembra anche che così  gli ebrei del quartiere Lavapiés chiamavano i loro primogeniti per passare inosservati ai controlli razziali.
Oggi i ceninaia di volti che puoi incontrare nel Cascorro sono quelli di Alexander, King, Chus, Saadia, Carmen, Kabir, Jerónimo, Raquel, Paul, Brígida … Le Manolas e i Manolos del 2012 della vecchia Madrid hanno nazionalità e storie molto diverse tra loro e come vicini e vicine di questa comunità, vogliamo render loro un omaggio.
E' stato per questo che l'associazione culturale La Mitocondria in collaborazione con il fotografo italiano Antonio Arcaro, con la collaborazione del quartiere e della comunità, hanno deciso di partecipare a un progetto internazionale come INSIDE OUT PROJECT (IOP).
IOP è un'iniziativa del fotografo JR, vincitore del premio TED 2011, un progetto artistico internazionale attraverso il quale chiunque può partecipare, condividere e mettere in chiaro che il mondo può cambiare.
E in questo senso, "Manolas e Manolos" vuole anche scendere in piazza per l'individuo che all'interno di una comunità ha una voce e un voto, sostenendo che ognuno di noi è un soggetto storico attivo e con un potere decisionale in grado di cambiare le cose della nostra realtà quotidiana. Questa volta sarà dal Rastro Madrid e tappezzando con oltre 70 ritratti uno degli edifici che si affacciano sulla piazza del Cascorro. Pronti? 

venerdì 14 settembre 2012

fantaghirò was here

Quando guardavo questo video nel duemiladue, sostenevo che la ragazza ballasse Benissimo, che era fluida come un coguaro e che lo zainetto pezzato di peluche fosse l'accessorio più originale del globo terracqueo.
Evidentemente le mie capacità di giudizio erano commisurate al fatto che Mtv a casa mia è arrivata quando tutti avevano già lo schermo al plasma.
Per fortuna quando ci si guarda indietro ci si perdonano a vicenda i caschetti alla fantaghirò e le scarpe con la zeppa.
Ma lo zainetto di peluche io lo metterei anche ora che trentanni non ce li ho ma quasi.

fantaghirò coi sassi parlanti in tasca




mercoledì 12 settembre 2012

le cose belle

Le cose belle di Settembre:

http://picyourkitchen.tumblr.com/

Siamo ciò che mangiamo, come lo mangiamo, come lo condividiamo.
Ieri sera in una cucina minuscola al settimo piano con la città ventosa sotto, abbiamo elaborato un chilo e mezzo di carbonara, e non c'erano piatti per tutti. Abbiamo mangiato assieme, dalla pentola e imboccandoci, in un rito nuovo di uovo e pancetta.
Ogni tanto spio le cucine degli altri su picyourkitchen, e ci trovo amici con piadine, meloni, pareti rosse e nere, la mia cucina del pratello, il buco della serratura di qualcuno accanto a me.



martedì 11 settembre 2012

piccolezze di settembre



La prima volta che ho preso il treno per venirmene via dalla riviera di palme e birilli avevo sonno, erano le 7.15, l'intercity costava 17 euro con la carta verde e io avevo ancora la mia sacca marocchina con dentro due magliette arancioni che poi mia mamma di nascosto ha buttato via.
Mi ricordo che quel giorno lì faceva caldissimo, e io pensavo che bologna fosse fresca e ventilata -un pò come il mio amico Hans che credeva che a Bologna ci fosse il mare-. Mi ricordo che ho atteso in stazione un'amica e poi siamo andate alla feltrinellisottoalletorri, che poi è diventato il must dei luoghi d'appuntamento nei duetre anni successivi.

Ma la cosa che mi ricordo di più è stato l'odore di città, che è un pò vino, un pò ragù e un pò curry.
E quando sono tornata nella riviera di palme e birilli ho sentito che in quel pezzettino di pelle tra il collo e le orecchie c'era qualcosa di diverso, e non avevo più la stessa fragranza.

Un'altra cosa che ricordo bene è stato un giorno di temporale e di cielo scuro. Fuori dalle finestre impazziva l'acqua, e io e lui ce ne stavamo dentro le coperte e dentro le mani per ore e ore ad ascoltare il rumore. Poi ci siamo svegliati e non abbiamo più trovato i vestiti stesi fuori, il vento se li era mangiati.

Quando mi decidevo ad uscire, uscivo sempre con la paglietta accesa in bocca, così per farmi compagnia fino in centro. Poi mi sedevo sempre su qualche gradino ad aspettare perchè lasciavo il telefono a casa, tra i gusci di noccioline sul tavolo. Per molti  mesi non ho avuto il cellulare, e allora andavo tutti i giorni alla cabina telefonica vicino piazza San Domenico, e nonostante la puzza di piscio amavo molto il gesto retrò di chiamare i miei e rassicurarli sul meteo e sugli esami una volta ogni due giorni. E se volevo vedere qualcuno non dovevo far altro che camminare un pò e citofonargli, o urlargli da sotto alla finestra, e il momento in cui si affacciava era il più bello di tutta la giornata.

Pochi giorni fa due amici mi hanno cantato Parlami d'amore Mariù sotto la mia stanza ed è stato l'inizio Settembre più bello.

E' che con Settembre inizia l'anno, e allora tra una tisana e un invio di curricula, in testa mi frullano tutte queste piccole piccolezze.

in una casa lassù in collina









sabato 8 settembre 2012

di famiglie, bologna, sorprese

Allora certe volte capita che arrivino le sorprese inaspettate; ti fiondi da loro con le braccia aperte e aspetti che ti travolgano. 
Bologna è un porto. Le barche arrivano, sostano, se ne vanno; alcune decidono di restare per sempre legate al molo. Tra marinai ci si capisce, ci si studia le ferite, ci si guarda sottecchi e si condivide tutto. 
Bologna è un porto fermo, a volte puzza di stantìo, a volte arriva il galeone dei pirati a sconvolgerti la vita e poi se ne va lasciandoti qualche sciabola e qualche catenaccio.
Bologna è un mare e un molo, ti puoi tuffare ma devi tornare sullo scoglio per riposarti.
Così a volte capita che arrivino le sorprese, e le travolgi di amore e cose belle; loro ti portano nei luoghi che hanno vissuto negli ultimi anni e tu tendi le orecchie e la mano per starci davvero in quei posti.
Le famiglie cambiano nei porti; c'è chi si separa e chi si riunisce, c'è chi se ne va e non si parla più e chi ritorna a parlare dopo secoli.
La cosa bella è che quando la trovi la tua famiglia, lei ti lascia coi piedi a penzoloni sull'acqua per farti giocare e la mano salda sotto al culo per non farti cadere.



giovedì 30 agosto 2012

bonne nuit jour

Avrei bisogno di uno specchio così stamattina, ma l'alba su bologna arancione e rosa vale un paio di occhiaie.
Non dormire e ascoltare la città che si lecca gli occhi.

Fare a meno dei sogni, strizzarsi le ciglia, andare a leccare le buste per sopravvivere.

bonjour.
bonne nuit jour.



mercoledì 29 agosto 2012

candido

"ché a vederle, le cose si semplificano: e noi abbiamo invece bisogno di complicarle, di farne complicate analisi, di trovarne complicate cause, ragioni, giustificazioni. Ed ecco che a vederle non ne hanno più; e a soffrirle, ancora di meno...."

Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia, Sciascia



Poi capita a volte che io apra i vecchi libri mentre cerco di riordinare la stanza, in cui sembra sia esplosa una bomba, e trovi Candido che è un libro che ho letto tutto d'un fiato la notte con la lucina gialla sul comodino e che milioni di anni fa volevo illustrare su un cubo di cartone verde, e mi accorga di quanto a quel libro ci tenga e che dopo l'estate sulle due ruote e poi con lo zaino sulle spalle e poi di nuovo nella mia tana sia verissimo e chiarissimo quello che Sciascia dice, nonostante quel libro sia un po' vecchio e sciupato e non mi ricordi bene tutte le parole che dice.


di ritagli, frammenti ed altre storie

Ho dato il via all'apertura dei cassetti per rifocillare il fogliame autunnale alle porte.
Immagini, pensieri, parole e omissioni qui sotto, incollati malamente come in ogni album che si rispetti.

Roma è di rosso vestita, solo per oggi, eccetto Alemanno

Tu dietro la tendina mi racconti di canzoni e fisarmoniche

Belgrado giorno e notte

L'amore ai tempi del liceo e senza la macchina

Follow the blue brick road

Il caffe turco, unica salvezza

Là per là 

Loro non lo sanno ma io le disegno da anni

Mi sono persa a Cracovia

Cracovia con macchina d'infanzia


Lui si che ha capito tutto, e le bilance di nonno

il Pratello è casa

Mantienimi che ti mantengo

come ci piace fare le foto agli alberi negli specchi anoi con la nikon

desaparecidos. 

nella pancia della balena